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[Ariyama] E quando qualcuno ti schiaccia, devi essere il primo che attacca

Titolo: E quando qualcuno ti schiaccia devi essere il primo che attacca [La fine – Tiziano Ferro-]
Fandom: RPF - Hey! Say! JUMP
Personaggi: Arioka Daiki, Yamada Ryosuke
Pairing: Ariyama
Rating/Genere: PG/malinconico, triste
Warning: slash
Wordcount 1.728 fiumidiparole
Note: la storia è scritta per la 500themes_ita con il prompt ‘Nulla di perso, nulla di guadagnato’.
Disclaimer: I protagonisti di questa storia non mi appartengono, non li conoscono personalmente e i fatti di seguito descritti non hanno fondamento di verità. La storia non è scritta a scopo di lucro.
Tabella: 500themes_ita

“Dai-chan!” Yamada, con voce allegra, comparve alle spalle del fidanzato, abbracciandolo da dietro, lasciandogli un bacio sul collo, rivolgendo al riflesso sullo specchio un sorriso. “Sei pronto? Andiamo?” gli chiese, spostandosi davanti a lui, sedendosi sul tavolo e osservando l’altro preparare le sue cose. “Stai bene con questo taglio, lo sai?” gli disse, allungando un braccio per passargli le dita tra i capelli, ma vedendo l’altro tirare indietro la testa ed evitare il suo tocco.
Yamada rimase un istante perplesso e lo guardò più attentamente, notando come fosse scuro in volto.
“Che hai, Daiki?” gli chiese, confuso da quel suo comportamento così diverso rispetto al modo in cui era stato solo pochi istanti prima mentre posavano insieme per il servizio fotografico.
“Niente” negò l’altro, chiudendo la borsa e prendendo la tracolla, ripiegandola su se stessa.
“Questo non è vero” lo smentì l’altro, guardandolo, scendendo dal tavolo e prendendolo per un gomito, volendo che si voltasse verso di sé. “Chibi…” provò a chiamarlo, così come era solito fare l’altro con lui usando quel nomignolo, ma Arioka lo scostò di nuovo da sé.
“Yamada, per favore…” gli chiese e il modo in cui lo chiamò, non tanto il tono usato, mise Ryosuke sul chi va là.
“Cos’hai Daiki? Sei cambiato improvvisamente e sei cambiato con me. Cosa è successo?” domandò diretto, non era poi così stupido da non accorgersi del modo in cui l’altro lo stava evitando.
“Niente, davvero, io suppongo solo di essere stanco. Molto stanco” aggiunse, senza comunque riuscire a guardarlo in volto.
“Va bene, ok” iniziò Yamada, cercando comunque di stabilire ancora una volta un contatto con lui, ma vedendosi nuovamente respinto. “Torniamo a casa e…”
“No, io non ci torno a casa, Ryosuke” lo interruppe il più grande, sollevando lo sguardo su di lui.
“Cosa?” Yamada non riusciva a seguirlo. “E dove vuoi andare?”
“Prendo il treno e vado a Chiba. Torno a casa da mia madre per un po’, è tanto che non la vedo e ho bisogno di stare da solo” ammise.
Yamada ci mise diversi istanti, rielaborando a rallentatore quello che l’altro aveva appena detto, chiedendogli di ripetere.
“E questo cosa significa? Perché? Perché te ne vuoi andare?”
“Non abbiamo molto lavoro, al momento e posso sempre tornare se ci sono interviste, ma non è necessario che io stia qui a To-”
“Daiki!” lo interruppe Yamada, scuotendo la testa. “Hai capito benissimo cosa voglio dire, non cercare di farmi fesso e contento. Cosa significa che te ne vai a Chiba? Perché? Perché vuoi andare via da me?” chiese diretto.
“Te l’ho detto, io non ce la facci più, sono stanco, Yamada” ripeté.
“Ma stanco di cosa? Io non capisco!” insistette il più piccolo.
“Di tutto questo, Ryosuke. Di fingere di stare bene, di sforzarmi di farmi andare bene le cose quando non è così” spiegò.
“Chi?” domandò ancora il più giovane. “Chi Daiki di chiede di fare questo, io è la prima volta che sento parlare di questo tuo disagio, perché non…”
“Perché non te l’ho detto? Perché ho finto? Perché dovevo farlo Ryosuke, ma non ce la faccio più onestamente. Io non ti riconosco più…” spiegò.
Ryosuke scosse la testa.
“No, scusami, non ti seguo… quando io avrei fatto qualcosa di così irreparabile da farti arrivare a tanto? Da quando stai così?”
“Un anno e mezzo” parlò Daiki con precisione, guardandolo dritto negli occhi e vedendo comparire dopo pochi secondi nei suoi un lampo di consapevolezza.
“Oh, Daiki, perché?”
“Mi dispiace, credevo che quello che provavo per te potesse superare tutto questo, ma mi accorgo che non è così” spiegò e Yamada capì che volesse aggiungere ancora qualcosa per cui non lo interruppe volendo capire fino in fondo, ma non gli piacque affatto il modo in cu Arioka aveva definito quello che provava per lui. “Io non ti riconosco più, Yamada, non so più cosa pensare, il ragazzo che ho di fronte e quello che si mostra davanti alle telecamere si confondono e non so più chi sei” ammise e Yamada continuava a guardarlo come se adesso fosse lui quello a non sapere più chi fosse la persona che aveva davanti, non poteva davvero credere che Daiki gli stesse parlando in quel modo, che si fosse tenuto dentro talmente a lungo quelle impressioni, tanto da aver tratto da sé, da solo, le proprie conclusioni, invece di parlarne con lui. “Ho cercato di convincermi che fosse tutta questione di mercato e, sul serio, per il primo periodo mi andava anche bene, ma è tanto, è troppo anche per me, davvero” spiegò, tornando a respirare come se durante quella sua confessione avesse trattenuto il fiato.
Yamada scosse il capo: “Io non ti capisco, Daiki, perché non me ne hai parlato? Perché ti sei messo in testa tutte queste cose?” gli chiese, deluso dal suo agire.
“E cosa avrei dovuto dirti? Sarei passato solo per quello inutilmente geloso e irrazionale. Lo sai anche tu che non possiamo rendere palese la nostra relazione e poi cosa mi avresti risposto? Tu devi seguire istruzioni e se questo è quello che devi fare per vendere…”
“Appunto, Daiki! Lo vedi? L’hai detto tu stesso, io sono costretto a farlo!”
“Sì, ma mi pare te ne sia approfittato!” replicò. “C’è modo e modo, Yamada, e il modo in cui ti comporti con Yuto o con Chinen, io non lo sopporto. Mi dispiace, sono umano anche io infondo, e forse non sono una bella persona dopotutto” ammise quella sua debolezza.
“Proprio tu, Daiki? Tu sei il mio ragazzo e tu lo sai che io e Yuto siamo solo amici, ci conosciamo fin da piccoli e lavoriamo insieme, lo stesso con Yuri! Cosa dovrei fare?”
“Proprio io che lo so, proprio io che sono il tuo fidanzato penso di avere il diritto di sentirmi geloso e irritato e infastidito se il ragazzo che amo non mi dimostra alcun tipo di rispetto!”
“E con questo cosa vorresti dire?” gli chiese Yamada, confuso.
“Intendo che forse ci marci un po’ troppo su questo nuovo personaggio che ti hanno cucito addosso, intendo che ti impegni un po’ troppo per sentire le fan urlare e che ti metti continuamente in mostra! Non mi piace quello che sei diventato, Ryosuke. E stamattina…” gli ricordò.
“Stamattina cosa?” chiese esasperato il più piccolo, sentendo un groppo formarsi nella gola nel sentire quelle accuse nei suoi confronti da parte di Daiki, troppe tutte insieme, troppe cose che Daiki si era tenuto dentro, troppe le riflessioni che aveva fatto da sé e delle quali lui non si era accorto, mai.
“Stamattina quando sono arrivato tardi, tu e Yuto stavate confabulando tra voi e ridevate e sono stato rimproverato per il mio ritardo come se me ne fregassi e fossi poco serio nel lavoro!”
“Questo non è vero, io lo so che non è così!”
“Be’, ma non è quello che è arrivato a me!”
“Daiki, è vero, ci annoiavamo ad aspettarti e ci siamo messi a scherzare tra noi, ma io non volevo…”
“Lo so che forse non volevi offendermi, ma io ci sono rimasto male, Yamada! E non è solo questo, comunque!” aggiunse dopo.
Il più piccolo restò in silenzio per alcuni istanti, prima di avvicinarsi a lui e tentare di prendergli la mano, ma Arioka si scostò.
“Dai-chan, mi dispiace, davvero. Io non sapevo tutte queste cose, ti prometto che…”
Daiki voltò il capo, passandosi una mano davanti al viso, interrompendolo.
“Yamada, non rendere le cose ancora più difficili, io…”
“Smettila!” lo interruppe Ryosuke con rabbia. “Smettila di chiamarmi così! Smettila di trattarmi con freddezza!” gli chiese. Non gli piaceva, non gli piaceva per niente il modo in cui si stava allontanando da lui in ogni modo possibile, come lo scacciasse neanche avesse la peste. “Mi stai lasciando, Daiki? Sii sincero e se è così non ci girare attorno!” volle chiarezza e sincerità.
Daiki non lo guardò, tergiversando, sollevando poi gli occhi su di lui e schiudendo le labbra per prendere fiato.
“Vuoi davvero perdere tutto, per una cosa come questa?” lo interruppe Yamada, perché in fondo non voleva sentire da lui quelle parole.
“Ho mai avuto veramente qualcosa?” gli domandò Arioka a sua volta.
Yamada spalancò gli occhi, sentendo il proprio cuore smettere di battere, un colpo a tradimento che non si sarebbe mai aspettato.
“Daiki…” riuscì solo a esalare.
Arioka si morse le labbra, faceva male anche a lui dirgli quelle cose, molto, perché lo amava, ma aveva preso la sua decisione.
“Non è sempre stato così? In fondo, prima c’era Yuri e io lo so che l’hai amato, prima di forse amare me” gli disse, volutamente con cattiveria.
“Io ti ho amato! Io ti amo, Daiki!” lo interruppe Ryosuke, alzando il tono di voce, sentendosi mancare per quelle sue parole, sentendo le lacrime bruciargli gli occhi e il cuore stringersi dolorosamente.
“Poi c’è stata questa parentesi di Yuto, poi di nuovo Yuri e io non ce la faccio, non voglio essere il numero due o il numero tre” affermò. Le cose stavano così, il lavoro al primo posto, poi tutto il resto e dal momento che il suo posto fin da principio era stato quello, non stava perdendo nulla. Neanche sforzarsi ancora, farsi bastare il proprio amore gli avrebbe fatto guadagnare qualcosa, perché la situazione non sarebbe cambiata e lo sapevano entrambi: erano tutti e due marionette nelle mani di qualcun altro e non sarebbero mai potuti essere felici.
“Non ci credo, non puoi pensarlo davvero, Daiki!” lo fermò Ryosuke, scuotendo la testa: di certo quello era un incubo e desiderava solo svegliarsi il prima possibile.
“Mi dispiace, Yamada, ma credo davvero che sia finita” affermò Arioka e alle orecchie di Ryosuke quelle parole suonavano come una condanna a morte.
Lo vide prendere la borsa e sistemarsela in spalla, avviandosi verso la porta.
“Daiki, ti prego, aspetta, ascoltami, parliamone, ci deve essere una soluzione, io lo so che mi ami, Daiki!” gli gridò dietro, ma l’altro non si voltò.
“Chiederò a Yuya di passare a casa a prendere le mie cose in questi giorni” gli disse e dal tono fermo e scostante con il quale l’altro gli parlava, Yamada capì che niente avrebbe potuto fermare il fidanzato.
“Daiki, ti prego non andartene, non uscire da quella porta” lo pregò, consapevole che sarebbe comunque stato inutile, in un mormorio fievole, lasciandosi andare seduto sul pavimento, concedendo alle lacrime di uscire silenziose e scivolare calde sulle sue guance, nel momento stesso in cui Daiki si chiudeva silenziosamente la porta alle spalle e lasciava un’orma fredda sul suo cuore.
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