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01 February 2015 @ 05:35 pm
[Slam Dunk] Our life is gonna change (33  
50_

Ancora voci... voci soffuse, anzi no, se tendo bene l'orecchio, riesco a sentire meglio sono... lamenti... pianti, nenie... chi è? Vorrei chiederlo, urlarlo per farmi sentire, ma la voce è sempre bloccata in gola.

Provo a correre... e ancora, come sempre, come ogni volta non riesco: i piedi sembrano piombo, come una calamita sono attratto dalla terra e posso solo trascinarmi lento, mentre quei lamenti sono sempre più lontani, sempre più lunghi e strazianti.

Ho paura... un sentimento forte e freddo come il gelo che sento nell'aria mi stringe il cuore e io... ho solo voglia di piangere.

Un singulto incontrollabile, preda di uno strano raptus, comincio a singhiozzare, ma le mie guance e i miei occhi sono asciutti, non ho lacrime, ma sto piangendo, lo so... riconosco la sensazione... è tanto che non mi lascio andare, ma è parte di me, una faccia molto nascosta, ma che esiste e la so riconoscere.

'…'

Lo sento di nuovo... sono vicino lo so... stringo i denti e mi impongo di camminare normalmente, non posso correre, ma vorrei almeno riuscire a muovermi e ad avere il controllo del mio corpo.

Mi sento impotente e non mi piace, non mi piace esserlo... un altro singhiozzo e una scia trasparente e tiepida scende sullo zigomo destro e sull'altra parte del viso ancora quella traccia familiare, lacrime e freddo. Mi passo una mano sulla guancia ed è gelida come se non... come se io non fossi io... come se non fossi... vivo...

Ho freddo...


"Hana? Hanamichi rispondi! Svegliati, Hanamichi!" la voce di Ayako che lo chiamava lo aiutò a riemergere dal limbo inconsistente nel quale sembrava essere precipitato. Si svegliò spalancando gli occhi, atterriti dalla paura, e osservò confuso l'arredamento familiare, delineando il profilo della cugina china su di lui.

"Ayako..." sussurrò con un filo di voce che non riconobbe come propria.

La riccia sospirò, rilassando le spalle e sedendosi sulle ginocchia ai piedi del divano.

"Hana, accidenti! Mi hai spaventata! Hai avuto un incubo?" chiese, mentre il rosso si rimetteva a sedere e il libro di scuola cadeva sul tappeto.

"Non lo so, non mi ricordo cosa... mi devo essere addormentato mentre studiavo" e alluse al volume ancora aperto ai loro piedi.

"Sì, l'ho visto! Quasi quasi preferirei che la smettessi, lo studio a te fa veramente male non c'è da ridere!" disse, mentre gli metteva una mano sulla fronte leggermente sudata e confrontava la temperatura corporea con la propria.

"Devi avere qualche lineetta, Hana. Stai facendo la cura che ti hanno dato a scuola?" si alzò e fece per dirigersi in cucina, parlando tra sé e sé: "Forse è più grave di quello che..."

"No! Aspetta, non è niente, davvero!" la fermò, prima che potesse saltare a conclusioni affrettate, alzandosi a sua volta di scatto e sentendo la testa vuota. Per un momento vide la stanza girare ed ebbe un mancamento, dal quale però si riprese in fretta.

"Hana?" stavolta la voce della ragazza era stato un sussurro spaventato.

"Niente, sto bene, sul serio".

"Ma che dici? Stavi tremando prima e adesso per poco non mi svieni davanti agli occhi, che succede, Hana? Comincio a preoccuparmi, chiamo la mamma!" disse, avvicinandosi al telefono, ma Hanamichi la fermò parlandole.

"Dai, non disturbarla per così poco, forse mi sto influenzando. E poi tra due ore sarà a casa, non farla preoccupare" insisté ancora e Ayako, anche se poco convinta, rispettò la sua decisione.

"Va bene, ma misuriamo la temperatura e vado a chiamare Kaede!" gli disse seria.

Hanamichi ancora una volta entrò nel panico: "No, la volpe no!"

Non voleva farlo preoccupare ancora per lui. Certo gli faceva piacere che avesse delle attenzioni nei suoi confronti e fosse incredibilmente dolce, come capitava dal giorno dell'incidente in palestra, ma non voleva essere un peso per lui .

"Senti, facciamo così: tu non dire niente a nessuno e ti permetterò di farmi da infermiera, che dici? Tanto lo so che ti piace avere tutto sotto controllo, per cui mi siederò qui buono e tu farai tutte le analisi del caso se ti farà stare tranquilla, va bene?" cercò di raggirarla e, dall'espressione sul viso di Ayako, sapeva di avere adottato il giusto sistema.

Quando Kaede, terminati i suoi esercizi in palestra, insieme ai genitori, rientrati proprio in quel momento dal lavoro, era salito alla casa principale, Ayako, che non era stata di parola, raccontò loro tutto quanto accaduto quel pomeriggio con Hanamichi. Il rosso l'aveva rimproverata con lo sguardo e, mugugnando tra sé e sé, si era dovuto sorbire la ramanzina dei parenti e gli sguardi biechi del suo ragazzo.

"Ma uffa, io sto bene! Sto facendo la cura di vitamine e vi ripeto che sto bene è solo lo stress da studio" cercò di spiegare per l'ennesima volta.

"Hana non mi pare proprio, Ayako ha detto che tremavi e hai anche la febbre!" disse la zia, posandogli a tradimento la mano sulla fronte. "Scotti, Hana!" gli disse, incredula per come riuscisse a reggersi in piedi nonostante l'alta temperatura.

"Ma io mi sento bene!" ripeté esausto, in effetti, dopo il primo momento di sbando, il rossino si sentiva seriamente in forma nonostante il suo aspetto lasciasse intendere tutt'altro.

"Può essere una reazione" disse pacato lo zio. "Succedeva anche a me da giovane, io mi sentivo benissimo, ma i sintomi d'influenza c'erano tutti. È il caso che ti metta seriamente a riposo, Hanamichi. Non bisogna scherzare con queste cose. Forse è davvero solo lo stress, ma per sicurezza starai a casa domani, niente studio, scuola o allenamenti" decretò.

"Cosa?" si scandalizzò il rosso. "Ma dai, zio, anche tu, io sto..."

Fu Kaede che lo interruppe nuovamente: "Se ti sentirò ancora una volta ripetere la frase 'io sto bene', doaho ti prendo a pugni!" lo minacciò torvo.

Miyako guardò il figlio con rimprovero, anche se comprendeva il suo stato.

"State calmi, Hanamichi non costringermi a chiamare tua madre!" lo minacciò la zia e a quella il rosso sembrò calmarsi.

"Tanto lo farai comunque!" incrociò le braccia al petto offeso: ce l'avevano tutti contro di lui.

"No, te lo prometto. Non le dirò nulla, se ti comporterai bene" lo guardò seriamente e Hanamichi capitolò.

"Va bene, come volete..." si arrese, sollevando le braccia sconfitto.

"Va' a riposarti ora, ti porteremo la cena tra un attimo..." disse la zia.

Hanamichi si alzò, pronto per dirigersi alla dependance, quando venne fermato e gli fu proposto di stare a dormire in casa, nella stanza di Kaede, il quale avrebbe dormito sul divano.

"No, davvero... già mi sento in colpa per questo..." esordì, specificando poi, "so che non devo, ma mi sento così, almeno lasciatemi i miei spazi, per favore" aggiunse dopo per non sembrare scortese.

Haruhiko lo comprese e fu lui ad accordargli il permesso, mettendo a tacere con uno sguardo ogni rimostranza delle due donne.

Hanamichi lo ringraziò in silenzio e scese di sotto, Kaede lo osservava attento, assicurandosi che raggiungesse integro la dependance. Il rosso non stava bene e per quanto di ostinasse a fare il duro per non far preoccupare nessuno otteneva l'effetto contrario.



'Ha...ic...'

Ancora... no... basta... per favore... chi sei?

Sono esausto, ogni volta di più... questa incertezza mi distrugge... chi sei...?

'...utami..'

È inutile non ti sento... scuoto il capo... non mi sforzo neanche più di parlare, tanto la voce non esce e non mi puoi sentire.

'Aiutami... Hanamichi.'

Spalanco gli occhi: qualcosa è cambiato... ho sentito una voce... adesso è chiara e chiama me...

'Hanamichi...'

Pronuncia il mio nome... chi sei?

'Chi sei?' lo urlo e stavolta le mie corde vocali vibrano e mi porto una mano alla gola.

Sono vivo... non sono... io ci sono ancora... sento il battito cardiaco attraverso la giugulare. Sorrido di riflesso, un senso di leggerezza nel petto... lo sento... sento il mio cuore riprendere a battere, lo sento... lo sento...

Provo a muovere un passo le mie gambe rispondono agli ordini del cervello e corro... corro... tutto intorno è buio... di nuovo... e freddo, ancora quella sensazione di paura e incertezza e il cuore batte all'impazzata.

Intravedo una luce eccola e stavolta riesco ad avvicinami... un odore che prima non percepivo mi arriva forte alle narici e... lo riconosco... è qualcosa di familiare e... perché non ricordo cosa sia... lo so che mi appartiene è... è parte di me e...

'Aiutami, Hanamichi.'

'Sono qui!' urlo. 'Sono qui... sto arrivando... parlami... parlami, dimmi chi sei... chi?'

Allungo una mano verso la luce... un buco luminoso che pian piano si restringe: 'no... aspetta!' chiedo e la mia voce ancora si affievolisce... stringo gli occhi, i denti, serro i pugni e cerco di correre più in fretta e tendo il braccio, i muscoli mi fanno male, muovo le dita per impedire a quella bolla di luce di chiudersi e sono quasi arrivato... ci sono... io...

'… na... chi... ta... mi... i... i'

'NOOO' urlo di nuovo e inciampo nel buio che mi avvolge e mi abbraccia.


"Doaho, svegliati! Hana!" Rukawa lo prese per le spalle e lo scosse con forza vedendo che non riusciva con le sole parole a svegliarlo. Preoccupato, mentre scendeva a portargli la cena, l'aveva sentito urlare e parlare in modo sconnesso: aveva lasciato andare il vassoio con il cibo che, infrangendosi sonoramente, aveva attirato anche l'attenzione del resto della famiglia. Questi si affacciarono spaventati, in tempo per vedere Kaede precipitarsi giù dalle scale e l'avevano seguito sentendo provenire dei lamenti dalla dependance.

Kaede aveva raggiunto velocemente la stanza del rosso e l'aveva visto dimenarsi nel letto a scatti, stringere le coperte e il viso disfatto di ansia e dolore. In un primo momento non aveva saputo cosa fare, ma poi si era precipitato sul letto per cercare di calmarlo e svegliarlo. Dopo qualche inutile tentativo, era riuscito a farlo acquietare e, poco dopo, Hanamichi aveva ripreso conoscenza. Con il cuore che gli martellava furioso nel petto, Kaede era rimasto a osservarlo in silenzio, aspettando che desse qualche cenno di averlo riconosciuto.

"Ki... kitsune..." mormorò confuso, portandosi una mano alla testa che gli pulsava forte.

"Vado a chiamare il medico!" aveva detto Ayako sparendo di sopra a fare la telefonata.

Gli zii si avvicinarono ai due ragazzi: Kaede stava ancora sul letto e, non sapeva come, si era posizionato cavalcioni sul compagno per fermare i suoi scatti.

La madre gli mise una mano sulla spalla, consigliandogli di sedersi composto per non gravare sul corpo del cugino e Kaede si sedette sul bordo del materasso, stringendo la mano del ragazzo, costringendolo a stare disteso.

"Non so cosa mi sia preso" esordì Hanamichi, cercando di scusarsi ancora.

"Adesso basta!" Miyako, agitatissima, aveva alzato il tono di voce per fargli capire che con quell'atteggiamento non avrebbe concluso un bel niente e, poi, continuò con voce più dolce. "Smettila di preoccuparti e dicci cosa ti succede..." gli sorrise, scostandogli i capelli sudati dalla fronte.

"Non lo so..." scosse il capo piano. "Seriamente, non lo so... pensavo davvero che fosse lo stress, ma... è diverso tempo che non riposo bene..."

"È a causa di questi incubi?" chiese Kaede, stringendogli la mano e accarezzandone con l'altra le dita che si stringevano a lui.

"Penso di sì... ma il punto è che ogni volta che mi sveglio non riesco a ricordare cosa ho sognato... provo solo strane sensazioni di inquietudine, ma non mi spiego..."

"Sei preoccupato per qualcosa? La scuola? Il basket?" si informò lo zio.

"No..." scosse un po' il capo. "No, davvero niente e..."

"Sei in pensiero per tua madre o pensi di avere dei debiti con noi, perché se è così..." provò Miyako, ma il rosso la interruppe cercando di sorridere.

"No... sto bene qui e voi siete fantastici... non ho altri ripensamenti o dubbi... non lo so" finì, chiudendo gli occhi, stanco. Gli faceva male la testa e non riusciva a spiegare cosa provasse: adesso sentiva anche fisicamente che la febbre era salita.

Un leggero bussare alla porta fece voltare i quattro e Ayako comparve sull'uscio, dietro la ragazza il medico salutò con un cenno del capo, chiedendo il permesso di poter entrare. Miyako gli andò incontro: "Dottore... per fortuna è arrivato subito, mi dispiace averla scomoda a quest'ora, ma se non fosse stato urgente..."

"Non si preoccupi..." la rassicurò, salutando Haruhiko, suo amico da tempo, e rivolgendosi ad Hanamichi lo scrutò.
Rukawa gli fece spazio per visitarlo, restando comunque in piedi accanto al rosso, per rassicurarlo, data la faccia per niente tranquilla che il ragazzo aveva.
Il medico gli auscultò il petto, chiedendogli di fare dei grandi respiri, misurò la pressione e la temperatura: il tutto nel silenzio assoluto che regnava nella stanza. Si tolse poi lo stetoscopio lasciandolo penzolare al collo.

"Cos'ha?" chiese Ayako.

"Sakuragi sta bene, apparentemente. I valori sono tutti normali e non si spiega in alcun modo lo stato febbricitante e i brividi di freddo di cui mi ha detto di soffrire. Non mi sento di fare una diagnosi così su due piedi, non ho gli strumenti adatti. Vorrei che domani venisse in ambulatorio per fare degli accertamenti più approfonditi. Occorrerà che portiate un cambio per eventualmente tenerlo in osservazione" spiegò, poi aggiunse, vedendo che Hanamichi era leggermente entrato nel panico. "È solo per precauzione e sarà un ricovero breve..." cercò di rassicurarlo.

Tutti annuirono e, dopo essersi raccomandato che non restasse solo durante la notte e prendesse un medicinale per far abbassare la temperatura, il dottore fu accompagnato dal padrone di casa alla macchina.
Le due donne e Rukawa rimasero un po' con Hanamichi per domandare a lui direttamente come si sentisse.

"Io non lo so... adesso sento la febbre, immagino sia un buon segno, rispetto a prima, almeno riesco a rendermene conto, prendiamolo come un passo positivo" disse, cercando di rassicurare la zia che lo guardava apprensiva e gli accarezzava i capelli, rimboccandogli le coperte amorevolmente.

"Non chiamare la mamma, adesso... si preoccuperebbe, domani l'avviseremo, ma adesso sarebbe controproducente, lei starebbe in pensiero, io lo sarei per lei e la febbre non scenderà se comincio a pensare" obbiettò giustamente.

Miyako annuì, convinta che avesse ragione e si propose per rimanere a vegliare il suo sonno.

"Mamma, faremo i turni" le disse Ayako.

Hanamichi volle intervenire, perché non voleva che si preoccupassero tanto e anche loro, si vedeva, avevano bisogno di riposare.

"No..." la voce di Kaede, seria e pacata, interruppe i progetti delle due donne. "Resterò io con lui e se dovesse succedere qualcosa, vi avviserò" il suo tono non ammetteva repliche, né da parte della madre e la sorella e tanto meno dal doaho: sapeva che non gli andava giù il fatto che li vedessero stare insieme in modo 'intimo' e vicini l'uno all'altro come una coppietta, ma in quel momento non gli interessava di niente.

Hanamichi era immobilizzato a letto e, non potendo prenderlo personalmente di peso e cacciarlo, si sarebbe adattato, inoltre, per la situazione particolare, vederli dormire insieme come fidanzatini era l'ultimo dei problemi dei Kuroda.

"Va bene, Kaede, noi andiamo, ti preparo la cena per Hana, così potrà prendere la medicina e assicurati che dorma" si raccomandò la madre.

"Per qualsiasi cosa, Kaede..." aggiunse la riccia con un sorriso, per spezzare l'atmosfera, "urla, mi raccomando!"

Hanamichi ridacchiò, trattenendo tra le labbra una battuta, data l'occhiataccia che ricevette dal moro.

Mentre attendevano che fosse pronto il vassoio per il rosso, Kaede risalì in casa per cambiarsi per la notte e ridiscese personalmente con un nuovo vassoio di cibo: del riso in bianco e dell'acqua. Era meglio che non si appesantisse con qualcosa di più sostanzioso, sebbene il rosso, Kaede sapeva, avrebbe mangiato molto di più.

Seduto sul letto accanto al cugino, dopo averlo aiutato a sistemarsi seduto e averlo coperto abbondantemente, Kaede lo aiutò a mangiare.

"Kitsune, mi fai paura in queste vesti! Sto soffocando: ho la febbre e ho caldo e tu mi copri con ventimila coperte. Vorresti anche imboccarmi per caso?" gli chiese scherzoso, ma Kaede gli regalò un'occhiata che era tutta un programma.

"Se fosse necessario sì, così impari a far preoccupare la gente. Questo accade perché non parli mai dei tuoi problemi..."

"Senti da che pulpito!" lo interruppe il rosso.

"È una cosa diversa, io sono così per carattere..."

"Aah beh, se lo dici tu! Non è una giustificazione comunque."

"Non cambiare argomento, doaho, tu lo fai perché pensi che daresti problemi ed ecco il risultato."

"Uff... quanto sei noioso, kitsu..."

S'interruppe perché Kaede gli aveva fatto voltare il viso verso di sé e aveva unito le loro fronti, per scrutarlo negli occhi: "Doaho, sei un idiota!"

"Grazie, sei sempre gentilissimo anche quando sto male. Io avrei usato altre parole per esprimere il concetto, sai che so..." arrossì, pensando che Kaede non era solito dirgli che lo amava o dimostrargli a parole i suoi sentimenti, come lui invece non perdeva occasione di fare. Gli sembrava ingiusto, adesso, costringerlo a confessarglielo, solo perché stava male.

"No, niente. Lascia stare, deve essere la febbre, io non volevo che ti..." non poté continuare.

"Doaho... è proprio perché ti amo che mi preoccupo così tanto. Non sono un ghiacciolo come pensi" gli confessò, dandogli un piccolo pugno sulla testa, e Hanamichi sorrise, arrossendo, sentendo il cuore accelerare i battiti e le guance scaldarsi, ma non per la febbre o per un malore di cui non conosceva la causa.

Abbassò le palpebre, sorridendo leggermente, spingendo il viso in avanti a baciargli una guancia e abbracciandosi a lui.

Rukawa sorrise per quel suo atteggiamento e gli circondò la schiena con un braccio: "Mangia adesso, così potrai riposare!" lo esortò e Hanamichi obbedì staccandosi da lui.

Stavano in silenzio, Hanamichi aveva quasi finito di mangiare tutto, quando il suo cellulare prese a squillare.

"Me lo avvicini..." chiese confuso il rosso, domandandosi chi potesse essere a quell'ora.

Kaede si sporse sul comodino più vicino a lui e, dopo aver lasciato casualmente cadere l'occhio sul display, si incupì, prendendo l'iniziativa e rispondendo o, meglio, aprì la comunicazione, portandosi il piccolo apparecchio all'orecchio, ma senza dire nulla.

"Pronto? Hana?"

"No!" rispose secco.

"Kaede? Perché rispondi tu? Dov'è Hanamichi?"

"È qui accanto a me".

"Oh, ma sta bene?"

"Sì, sta mangiando!"

"Meno male, passamelo, per favore!"

"No!"

"Perché no?"

"Perché gli vuoi parlare?"

"Per sapere come sta?" rispose retoricamente la voce all'altro capo del filo.

"Te l'ho appena detto io".

"Sì, ma Ayako..."

"Ci avrei giurato!"

"Ehi, Kaede! Passamelo ho detto!"

Hanamichi ascoltò quello scambio di battute perplesso: Kaede aveva risposto al suo cellulare e ora, nonostante le insistenze della persona all'altra parte, non glielo voleva passare?

"Chi è?" chiese, dopo aver bevuto la pastiglia sotto lo sguardo attento del moro.

"Sendo, vuole sapere come stai e gli sto rispondendo!"

"Sì, bene, passamelo però".

"Perché?" chiese di nuovo il moro.

"Come, perché? Gli voglio parlare, cioè, se mi ha chiamato vuol dire che vuole parlare con me, è il mio cellulare quello al quale hai risposto senza permesso, sai?" sottolineò. "È stato gentile!"

Kaede lo guardò affatto convinto, poi, ignorandolo, tornò a rivolgersi a Sendo: "Il doaho adesso non può parlare, deve riposare!" disse secco.

Sendo dall'altra parte rise, credendo che stesse scherzando: "Kaede, ho sentito benissimo che vuole parlare anche lui con me e c'è Hisashi che vorrebbe..."

Tu tu tu tu...

Akira guardò il cellulare e, sul display ancora illuminato, lesse la dicitura: 'Hanamichi disconnesso'.

"Allora?"

"Mi ha chiuso il telefono in faccia!" Akira ancora sorrideva stupito: quel comportamento così geloso e protettivo di Kaede, nonostante i modi poco educati, doveva ammettere, lo divertiva molto.

Hisashi lo guardò a sua volta perplesso, stringendosi nelle spalle e stendendosi sul letto del compagno, mettendosi a leggere una rivista di moto che si era portato da casa, per passare il tempo mentre Akira studiava.

"Quella volpe è una specie veramente strana..." disse, cominciando a guardare svogliatamente le figure e la risata argentina di Sendo, buttatosi sul letto accanto a lui, riempì la stanza.


"Ehi perché hai riattaccato? È da maleducati..." lo rimproverò il rossino, vedendo come la cosa, comunque, poco importasse al suo ragazzo che si infilava sotto le coperte.

"Ma che hai nel cervello? Peli di volpe?" si domandò sorpreso.

Rukawa però lo ignorava: "È tardi, doaho, mettiti a letto buono e in silenzio" disse, stendendosi su un fianco aspettando che Hanamichi facesse lo stesso.

Ma il rosso era leggermente senza parole per il suo comportamento, tanto che si stese, ma dandogli le spalle e afferrando le coperte se le tirò contro per rimanere barricato sotto di esse.

"E guai a te se ti avvicini! Devo riposare, come hai giustamente ricordato, e poi non vorrei contagiarti seriamente qualsiasi cosa io abbia" disse, con tono di voce più morbido.

Kaede, però, come spesso faceva, decise per conto proprio senza ascoltarlo e si avvicinò a lui, facendo aderire il petto alla schiena di Hanamichi, abbracciandolo, lasciando scivolare le braccia sotto quelle del compagno, prendendogli poi le mani che stringevano le coperte e intrecciandole con le proprie.
Hanamichi in quel momento si sentiva completo e non aveva paura di addormentarsi. Sorrise, dopo aver baciato le dita di Rukawa strette alle sue e scivolò in un sonno profondo.

51_

Sono a terra e piango... sono qui, nello stesso punto in cui sono caduto, dove tutto mi è stato precluso.

Perché? Perché vuoi il mio aiuto e poi non mi permetti di raggiungerti? Batto forte il pugno per terra, in questo buco nero, e qualcosa punge il mio dorso. Osservo il palmo, è sporco di terriccio, polvere e... sangue.

Mi spavento e scuoto la mano, mi pulisco, ma quel sangue non va via... aiuto... aiuto, perché?

Mi dispero e sento che il panico avrà il sopravvento, mi porto una mano alla gola, le porto entrambe alla gola e annaspo in cerca d'aria. Singhiozzo ancora...

'Aiuto' stavolta sono io a chiederlo.

Allungo il braccio laddove so che c'è l'uscita, mi tendo e striscio sulle gambe per raggiungerti... so che ci sei e so che mi stai aspettando... mi hai chiamato e sono qui... aiutami a salvarti...



Qualcosa disturbava il suo sonno, ma Rukawa non riusciva a capire: era stanco e c'era qualcuno che tentava di svegliarlo. Un mormorio sommesso e il materasso che ondeggiava lo costrinsero ad aprire gli occhi.

"Hanamichi!" Kaede si mise a sedere di scatto e prese il suo ragazzo per le spalle, era ancora avvolto nel suo abbraccio quando aveva cominciato a muoversi e a mugugnare. Il viso era contratto in una smorfia di dolore, gli occhi serrati increspavano le palpebre e aveva la fronte aggrottata.

Sembrava di rivivere la stessa scena avvenuta poche ore prima, quando l'aveva visto sconvolto e agitato. Stava nuovamente sognando e, a questo punto, pensò che non ci volesse poi alcun medico né psicologo per capire che la causa del malessere del suo ragazzo fosse da imputarsi a quei continui incubi che disturbavano il suo sonno. Lui, però, non sapeva come aiutarlo: era spaventato a sua volta, vederlo in quello stato e non poter far niente. Hanamichi non parlava, dalla bocca gli uscivano solo mormorii stretti tra i denti, nessuna parola di senso compiuto che lo aiutasse a capire di cose avesse bisogno. E Rukawa aveva anche paura a svegliarlo per non peggiorare la situazione. Hanamichi non ricordava mai i sogni che faceva: come si doveva comportare?

"Hana..." provò a chiamarlo piano, accarezzandogli la guancia, ma Sakuragi si mosse allontanandola infastidito e intanto stringeva le coperte e sussultava nel letto, scosso dai brividi. Rukawa lo osservava impotente, continuando a chiamarlo, cercando di arrivare a lui nell'incoscienza del sonno.


Ho freddo... nuovamente il gelo mi avvolge e pian piano vedo un puntino luminoso aprirsi per me... forse ci siamo, forse ora portò fare qualcosa per te, forse adesso ne sono in grado.

Cosa sono? Cosa sono tutti questi pensieri?

Riprendo nuovamente il controllo del mio corpo, le mani sono pulite e il respiro torna regolare. Mi sollevo piano, le gambe tremano un poco, ma mi avvicino cauto... non parlo, non ti chiedo nulla... non vuoi che io ti chieda niente, perché io so... so già chi sei, so già cosa vuoi da me.

Sento le lacrime premere per uscire... adesso lo so... adesso ho capito...

Il puntino di luce diventa sempre più grande e sento una corrente fredda che, però, non mi sfiora, provenire da quel punto e d'un tratto tutto è luce, le tenebre sono scomparse.

Sono in uno spazio aperto e attorno a me non c'è niente: è un paesaggio di campagna, cammino piano sul ciottolato, un odore di fiori che non conosco mi avvolge e si mischia con qualcosa di mio.

'Mamma?' provo incerto, mentre continuo a camminare.

E proseguo per qualche metro, poi è lì... tu sei lì... noi siamo lì.

Vedo una scena che mi sembra quella di un quadro o una fotografia: ci sono tre persone, due adulti e un bambino... quest'ultimo ride in braccio alla mamma e tende le manine verso il papà, in piedi dietro la sedia a dondolo sulla quale la donna siede e ridono insieme.

Mi avvicino, ma rimango a debita distanza, sento le loro risa allegre, avverto l'amore che li circonda, il legame che li unisce e mi ritrovo a piangere e sorridere, mentre osservo quel bellissimo quadro di famiglia felice, quel ricordo sepolto: quelle voci, quegli odori, quei profumi, quelle sensazioni.

'Hanamichi' quella voce... quell'intonazione... quel sorriso e gli occhi del bambino.

Rabbrividisco, sento la schiena tendersi e i muscoli contrarsi e poi rilassarsi, mentre cado a terra, sulle ginocchia e neanche il dolore dei mille sassolini che compongono questa ghiaia cimiteriale paiono riscuotermi.

Ho freddo e mi sento triste: mi sfugge un singhiozzo e mi porto una mano alla bocca per impedire di nuovo a quel suono di uscire. Le mie labbra tremano e sono umide di pianto, mi asciugo le guance e gli occhi e sono calde, la sensazione di calore sotto i polpastrelli mi fa capire che sono vivo e mi rende triste, perché sono solo... quel bambino che prima stringeva tra le sue mani quella del papà e quella della sua mamma adesso è triste e solo.

È solo un ragazzo in ginocchio davanti alla tomba del padre e osserva la sua fotografia sorridente: è il ritratto di un uomo forte e che amava la vita, l'ha donata, anche se non nella più classica delle accezioni, per proteggere la donna che amava e il figlio.

'Papà...' sussurro con voce un po' tremante.

'Papà, perdonami...' ti chiedo, come non ho potuto fare quel giorno, come avrei voluto... avrei voluto dirti tante cose '… mi manchi papà... e manchi alla mamma... mi dispiace, papà per tutto quello che ho fatto... per quello che non ho fatto...'

Una mano forte e dolce sfiora i miei capelli... mi volto piano e sono in piedi di nuovo e tu sei davanti a me. Mi volto e la tua tomba, l'incisione e la fotografia sono sempre lì, ma tu sei qui davanti a me.



Sakuragi aveva smesso di dimenarsi e Rukawa scese dal suo corpo sul quale era seduto cavalcioni per tenergli ferme gambe e braccia, per evitare che nella foga si ferisse o facesse del male anche a lui. Adesso il peggio sembrava essere passato: si sedette sul bordo del letto accarezzandogli dolcemente i capelli, tirando un sospiro di sollievo che, però, gli si mozzò in gola quando vide il suo volto distendersi e lacrime uscire dalle palpebre chiuse.

Una stretta al cuore lo colpì, mentre gliele asciugava piano con il dorso della mano. Portò l'altra a constatare la temperatura sulla fronte: era ancora un po' caldo, la medicina doveva fare il suo effetto. Forse quegli incubi erano deliri della febbre, erano 'normali', anche se, più ci pensava, più sapeva che, invece, era il contrario: quegli incubi lo facevano stare male, trovando sfogo attraverso la febbre.

Non si era mai sentita una cosa del genere: cosa doveva fare? Avrebbe dovuto chiamare la madre, svegliare tutti, avrebbe dovuto trovare la voce per urlare, quella di Ayako non era stata solo una battuta per far ridere il cugino. Doveva veramente urlare, non poteva allontanarsi, non voleva, allontanarsi da lui, anche se sapeva che Hanamichi aveva bisogno di aiuto, cure mediche: l'ospedale. Dovevano portarlo urgentemente in ospedale!

Stava per aprire bocca per chiamare aiuto, quando la voce di Hanamichi uscì in un sussurro tremante e bagnata di lacrime: "Pa... pà..."
Kaede lo guardò con tenerezza: ecco... forse, forse stava venendo a capo della situazione da solo.
Forse era questo che turbava l'animo del rosso e lui non poteva svegliarlo adesso, ora che avevano un riscontro. Decise di aspettare e di aiutarlo, Hanamichi non sarebbe stato solo quella notte, Kaede l'avrebbe aiutato a venire a capo di quegli incubi, a trovare una soluzione: sapeva cosa doveva fare, o meglio, lo immaginava. Doveva creare un legame con lui e aiutarlo a razionalizzare gli eventi. Si stese nuovamente al suo fianco, stavolta erano uno davanti all'altro: Kaede l'aveva abbracciato e con una mano gli accarezzava i capelli, mentre con l'altra sostituiva la sua presa a quella delle lenzuola, intrecciando le loro dita.

"Hana, stai tranquillo, ci sono io con te" sussurrava al suo orecchio, stringendosi contro il ragazzo. Con le gambe teneva ferme quelle del compagno in un abbraccio totale: "Sssh... è passato, Hanamichi... non sei solo. Resta con me, Hana... raggiungimi qui... ti tengo, ma tu ritorna..." Kaede parlava piano cercando di rassicurare il rosso, sperava la sua voce gli arrivasse e sentisse che c'era qualcuno ad aspettarlo una volta andato via da quell'incubo. Sperava che questa fosse la volta buona che Hanamichi facesse chiarezza e trovasse la risposta alle sue domande e ai suoi patimenti e che tornasse da lui. Sentì la presa sulla sua mano rafforzarsi da parte di Hanamichi e intuì che stesse usando la tattica giusta, per cui continuò a parlargli, a costo di rimanere senza voce, doveva farlo.



Ti stringo e sei reale, sento il tuo abbraccio caldo che mi avvolge e io a mia volta mi aggrappo a te come un naufrago sullo scoglio roccioso.

'Hanamichi' ed è la tua voce quella che sento, familiare, sei sempre stato tu a chiamarmi.

Mi allontani posandomi una mano sul petto, dove il mio cuore batte ora normalmente... non piango più, hai quietato il mio animo e le lacrime hanno smesso di rigare il mio volto. Ti guardo e mi mordo un labbro senza capire il tuo sorriso.

'Non sei solo... io sono qui con te e sono orgoglioso dei tuoi progressi... sono sempre con te e la mamma... vi amo con tutto il mio essere... non hai nulla di cui farti perdonare, Hanamichi. Io non rimpiango niente, sono stato felice e lo sono ancora adesso che veglio su di voi. Tu sai cosa devi fare... sai cosa devi affrontare, per te, per la mamma e per me... sai qual è la cosa giusta da fare' mi dici. Io annuisco... lo so... lo so, papà? Lo chiedo a te... me lo domando.

Abbasso il capo per asciugarmi gli occhi e quando lo rialzo tu non ci sei, mi volto e non sono più nel cimitero. La luce si affievolisce, il buio torna ad avvolgermi e io mi abbandono all'indietro, ma non cado, resto a fluttuare a mezz'aria e chiudo gli occhi.

Li riapro dopo un sonno che pare durato anni e...



"Kaede..." Hanamichi si risvegliò piano dall'incoscienza del sonno, sollevando una mano sul volto pallido della sua volpe sorridendogli dolcemente sentendo la pelle delle guance tirare, ancora intorpidita dalle lacrime rendendosi conto solo in quel momento che doveva aver pianto realmente, come nel sonno.

Osservò il volto di Rukawa, teso e preoccupato, mentre con occhi veloci, di nuovo accesi della luce viva che li caratterizzava, percorreva i lineamenti delicati del suo viso. Hanamichi sollevò le braccia stringendolo forte, nascondendo il volto nell'incavo tra il collo e la spalla, sussurrandogli il suo grazie.

Era sicuro che senza di lui non sarebbe riuscito a superare quel momento difficile.

"Hanamichi..." quello di Rukawa era solo un sussurro, mentre lo abbracciava forte a sua volta.

"Mi dispiace, Kaede, mi dispiace davvero tanto per averti fatto preoccupare... e sono contento che tu sia rimasto con me... senza di te non credo che sarei riuscito a uscirne" confessò, alzando il viso e poggiando le labbra sulle sue.

Rukawa ricambiò per un secondo quello sfioramento, prima di ricercare in modo approfondito la sua bocca, con disperazione e sollievo, facendolo stendere sul materasso, premendosi contro di lui. Baci passionali, si alternavano a tocchi di labbra fugaci e inconsistenti, mentre i due ragazzi si guardavano senza essere mai sazi l'uno dell'altro.

Rukawa, poi, scese dal suo corpo, liberandolo del proprio peso, stendendosi di fianco, lasciando le loro gambe intrecciate. Hanamichi gli prese una mano e ne baciò le dita.

Kaede gli sorrise e constatò la temperatura sulla fronte: era fresca e Hanamichi aveva ripreso il suo colore naturale, come se non fosse mai stato malato.

"Mi sento meglio, Kaede..." lo precedette. "Ora non sento neanche più la febbre e non sento freddo dentro..." spiegò.

"Ti va di dirmi cosa è successo? Te lo ricordi?" gli chiese Rukawa, voleva sapere, ma non voleva che, ricordando, stesse male.

Hanamichi annuì: "Sì, adesso è tutto chiaro. Adesso ho capito" disse.

"Si tratta di tuo padre, giusto?" chiese il moro e Hanamichi fu stupido di quella domanda. "Hai pronunciato il suo nome nel delirio del sonno" spiegò e Sakuragi sorrise mesto.

Ci fu un istante di silenzio poi il rosso cominciò a spiegare: "Sì, si tratta di mio padre, Kaede e so cosa questo significhi. Si avvicina il secondo anniversario della sua morte. Lo so che mancano ancora due mesi, ma mio padre aveva avuto cenni di malessere già prima, rispetto a quello che abbiamo sempre raccontato ai parenti. È per questo che la famiglia di mio padre ci accusa della sua morte. Loro sapevano del suo problema e mi danno la colpa di non essere stato presente con lui quel giorno nonostante fosse stato male in precedenza. È vero che non avrei potuto fare nulla per lui anche standogli accanto, ma non sarebbe morto da solo, capisci?" chiese. Rukawa non parlò, limitandosi a sfiorargli una guancia con due dita e stringendogli la mano ancora legata alla propria.

"L'anno scorso non sono andato da lui e pensavo di non farlo neanche quest'anno, né i successivi a venire. Lo sai i rapporti con la famiglia di mio padre sono..." si interruppe e Kaede lo comprese per cui annuì.

"Come mai non ci hai parlato prima di questi sogni?" chiese il moro.

Hanamichi si strinse nelle spalle: "Non è semplice, fino a oggi non sapevo di cosa trattassero, non erano i soliti incubi ai quali dai una spiegazione precisa. Erano dei flash, ricordi passati, ma senza consistenza e che mi lasciavano privo di forze. Ricordi quando Mitsui in palestra ci ha parlato del suo incidente in officina?"

"Quando sei svenuto?"

"Esatto, per la prima volta lì credo di aver sognato di quando mio padre è morto. Non so cosa sia scattato in me, ma ricordo, adesso, che avevo le mani sporche di sangue..." scosse il capo e il suo sguardo si rabbuiò.

Rukawa si fece vicino a lui e lo strinse.

Passarono minuti in silenzio poi Hanamichi, staccandosi da lui ma tenendogli le mani tra le proprie, continuò: "Oggi invece l'ho visto per la prima volta. Mi trovavo in cimitero e mio padre mi ha parlato, mi ha detto delle cose, mi ha perdonato, anche se non ce n'era bisogno, lui forse sapeva che dentro di me, nonostante tutte le rassicurazioni che mi sono state date anche dai medici, avevo bisogno che lui mi parlasse e fosse lui a rassicurarmi. Non te lo so spiegare, Kaede..." si scusò e il moro lo riprese dolcemente.

"Doaho, ho capito e ti credo se mi dici così..."

Sakuragi sorrise: "Ho sentito il tuo abbraccio, Kaede. Mio padre mi ha stretto, ma ho sentito… erano troppo vive e forti le sensazioni che ho provato e quella persona che era là con me nel mio sogno eri tu, Kaede e questo sono sicuro che anche mio padre lo sapeva" concluse.

Il moro annuì ancora e Hanamichi posò il capo sulla sua spalla, sentendo la mano di Kaede accarezzargli i capelli dolcemente. Trascorsero altri attimi di calma e silenzio, poi Hanamichi guardò in alto, come se il padre volesse dargli un ultimo segno, e la vide: sopra l'armadio, un po' nascosta, ma non completamente, la scatola che lui e sua madre avevano rinvenuto nella casa di Kanagawa.

Hanamichi si alzò dal letto e si sporse per prenderla, sollevandosi sulle punte dei piedi, tendendo le braccia. La scatola di cartone era leggermente impolverata: Hanamichi la prese bene tra le mani e guardò Kaede, prima di tornare con lui sul letto.

"Penso sia arrivato il momento di aprirla..." disse e ancora Kaede fece cenno di sì con il capo, aiutandolo a levare il nastro adesivo dal lato in alto.

Con trepidazione Hanamichi scostò le quattro alette di cartone e ne osservò il contenuto: introdusse una mano e prese quei due oggetti in essa contenuti e li rivelò anche a Kaede che, come lui, attendeva. In una mano vi era un piccolo libricino dalla copertina scura, legato da un elastico giallo e nell'altra una busta da lettera bianca.

Hanamichi guardò il suo ragazzo, scrutando gli oggetti, rigirandoli su se stessi, confuso.
Poi, dalle sue labbra una domanda: "Cos'è?"